I frati 1624-1634

Nel medesimo tempo crebbe singolarmente la devozione dei civassini e degli abitanti dei dintorni per il piccolo santuario, così da richiedere ulteriori ingrandimenti e migliorie per l’edificio.

Ma la deciosione capitolare del maggio 1624, prendendo atto della mutata situazione, deliberava invece la fondazione di un vero convento dell’ Ordine. Parve questa la soluzione ai problemi pratici scaturiti dall’eredità complessiva lasciata da fra Arcengelo, poteva ora servire quale base d’appoggio mentre si progettava l’erezione del convento.

Quanto all’avvio effettivo della deliberata fabbrica conventuale, una serie di impedimenti superiori, come ad esempio l’esiguo numero di frati della Provincia rispetto i conventi abitabili, la scarsità di mezzi finanziari a disposizione (“supplica alla Credenza di voler supplire alla necessaria spesa… , “… ne sarebbe (la Credeza) stata la padrona, nonché della fabbrica, o convento, ma di licenziarli ancora ogni qual volta così le fosse piaciuto…”, “… decretarono gli amministratori pubblici che tosto si dovesse dare mano all’opera “) e la difficile situazione politica, ne fecero dilazionare di ben quattro anni l’atteso inizio (1624-1628), dunque solo nel novembre del 1628 si potè porre la prima pietra della nuova struttura, rendendo così operativa la deliberazione capitolare provinciale del 1624.

Fin dal 1624 avevano “ottenuto dal Pubblico un sito di tre giornate e mezza di campo ivi attiguo acquistato dalli fratelli Barbero…”, e nel 1628, “li 5 novembre nel già menzionato sito, aumentato dal Pubblico di Tavole 28; gettarono la prima fondamentale pietra del nuovo Convento, ed in pochi anni si vide intieramente alzato”.

Quando “il fiume Po, un anno dopo che incominciarono la nuova fabbrica, fu a lambire le mura del loro recinto”. Si è certamente trattato dell’ennesima inondazione dell’Orco prossimo alla sua confluenza nel Po, con allagamento di gran parte della bassa zona extra-murale che contorna la cittadina da sud ad est, nella zona alluvionata vi era quindi incluso l’allora borgo di San Carlo, dove appunto si trovava il Santuario della Vergine di Loreto e l’erigendo convento dei Cappuccini.

A causa del perdurare del contagio, nel 1631, la città fece il voto di erigere una cappella al Patriarca San Giuseppe nella chiesa della Vergine di Loreto, qualora la peste si fermasse. Il morbo cessò. Conclusa la pestilenza, che tuttavia in Chivasso e territorio fu meno virulenta che altrove, si contano 584 morti per il morbo, potè riaprire il cantiere conventuale. La Credenza, per il voto fatto, ordinò l’erezione della cappella al Patriarca San Giuseppe nella chiesa affidata ai Cappuccini, ma non si riuscì a porre subito mano al progetto, poiché si voleva questa cappella all’altare maggiore, dove era invece il venerato simulacro della Vergine di Loreto. A risolvere la difficoltà provvide il governatore, Conte Pozzo di Brandizzo, che acquisì “il patronato dell’altare maggiore” della chiesa, obbligando così la Credenza” a far erigere una seconda Cappella e collocarla in essa l’Incona d’intaglio del valore di lire settecento e più colla palla del Santo e nuovo protettore”.

Seguendo al pedante e ricca documentazione lasciata dal notaio, che descrive l’ambiente, e tenendo conto degli altrettanto precisi e conosciuti criteri dati frati frabbriceri, possiamo abbozzare qualche dato sufficientemente sicuro sulla conformazione e l’aspetto mostrato dall’ospizio dei Cappuccini. Nel maggio 1624, quando se ne iniziò l’uso di abitazione, l’edificio consisteva in una struttura edilizia verosimilmente a semplice pianta rettangolare, circa sette metri per diciassette, che si alzava su due piani fuori terra, come già detto, sul lato opposto della strada ed in faccia alla precedente chiesa della Vergine di Loreto. Anche tenendo conto della necessaria esposizione solare, l’asse longitudinale dell’edificio si protendeva quindi verso sud-est, vero e proprio prolungamento della stessa chiesa, cui, per una tettoia traversante la strada era collegiata.

Con ogni probabilità la povera struttura non era voltata, ma i piani erano suddivisi da un semplice assito montato su travi. Al piano terreno, entrando, un grande locale, in pratica una cucina o stanza comune, ed un più piccolo locale di servizio e magazzino, il “crottino”. Tramite una scala interna si ascendeva al piano superiore detto dormitorio, dove si notava anzitutto un camerino, in cui erano sistemati i primi giacigli provvisori per tre religiosi, ed un locale più ampio, a quella data ancora usato come locale di magazzino, ma che era destinato, secondo progetto, a divenire una sequenza di piccole celle, cui si accedeva da un corridoio comune. Attorno al fabbricato una recinzione di certo includente, oltre ad una piccola corte, uno spazio di terreno lavorato ad orto per le necessità della piccola comunità. Questo ospizio fi abitato a lungo, al di là delle aspettative, e qui i frati vissero molte delle pagine più dure degli inizi chivassesi.

Un altro particolare di certa importanza, ricaviamo dall’Inventario del maggio 1624, a proposito però della chiesa, dove, nella telegrafica descrizione del centro del Santuario, cioè del prezioso simulacro ligneo cinquecentesco, si attesta l’esistenza “avanti la Vergine indorata et argentata di una Madona sopra la tela”, quale “portela”. Abitualmente, quindi, come fino al 1928, ed in diversi altri santuari, la statua era svelata ai fedeli solo in momenti ed in feste particolari, mentre, di solito un telero dipinto nascondeva il simulacro. Di questo dipinto, nell’Inventario, si dice raffigurare “la Madona … et la strada della predetta Vergine con nostro Signore”, cioè l’itinerario della Madonna con Figlio in braccio. Il marchingegno della portella dipinta è giunto fino a noi, conservato nel tempo e riproposto nelle tre successive macchine d’altare costruite nel tempo attorno alla venerata statua della Vergine, l’ancona del 1566 “alle Fontane”, quella del 1649, oggi ex altare laterale di San Francesco d’Assisi, e quella attualmente all’altare maggiore, opera di fra Giovenale Sibona da Fossano, nel 1782. È certo che, negli anni in cui fra Arcangelo Bosio fu custode al piccolo santuario (1615-1624), due zii paterni, Giovanni Ottone e Giacomino, ed un cugino, Antonio, erano importanti membri dell’ Ordine dei cavalieri di Malta. È molto probabile che il dipinto sulla portella raffigurante la Vergine di Loreto sia un piccolo dono dei ricchi parenti del Cappuccino al patrio santuario. Pare indicarlo il dipinto stesso, dove, in modo del tutto inusuale, sul manto della Vergine col bambino, la tradizionale croce greca preziosa, che figura anche sul simulacro ligneo cinquecentesco, è invece surrogata da una perfetta croce dell’Ordine di Malta ad otto punte. Nel seicento, questo fatto non poteva essere una banale licenza artistica, molto probabilmente si tratta della ” firma ” devota degli illustri cavalieri, parenti di fra Arcangelo.

Nel 1634 il convento, la cui edificazione si era avviata fin dal 1628, era finalmente ultimato, ed in questo periodo di tempo, per decisione della Credenza, la clausura venne aumentata. I Cappuccini poterono lasciare l’ ospizio per il nuovo convento, fu costruita la prima comunità “formata”, conosciamo così che “vi sono abitati, oltre il passaggio grande de’ frati che vanno alla volta di Vercelli, Torino, Ivrea et dell’Italia”, guardiano fu fra Giovanni da Savigliano, questo religioso era uomo di provata esperienza, proveniva infatti dalla stazione missionaria di Perrero in Val San Martino (pinerolese), nel decennio precedente.

Come poteva essere il convento? La riforma cappuccina ha espresso un’architettura propria, caratterizzata dallo spirito di austerità e rigore, improntata a criteri quanto mai semplici ed essenziali: i loro conventi, benchè simili nell’impianto a quelli degli Osservanti e dei Riformati, ne rappresentano una decisa riduzione sotto l’aspetto sia tipologico sia spaziale. L’architettura cappuccina ebbe anche un suo uso manuale: il repertorio tipologico del frate veneto Antonio da Pordenone (1603-1623), interessante tentativo di codificare, a quasi un secolo della fondazione (1528), un modo di costruire “conforme all’uso” della Famiglia.

A differenza degli altri, però, i fabbriceri cappuccini poterono basare la propria opera su alcune prescrizioni, contenute nelle Costituzioni o statuti dell’Ordine che venivano periodicamente ripetuti; non su una normativa edilizia in senso stretto, ma piuttosto una serie di indicazioni pratiche soprattutto sulle misure da non superare nei singoli ambienti, corredate da continui richiami alla povertà, all’umiltà, e all’adozione di tecniche costruttive povere, con uso di materiali non pregiati e deperibili.

Alla ricerca dell’immagine del convento primitivo, pertanto, basta ripensare l’impianto ancora esistente ai Cappuccini, alla luce delle antiche normative e si ottiene come poteva essere il primitivo convento “alle Fontane”. Un fabbricato con due piani fuori terra, contornante un chiostro quadrangolare, capace di almeno diciotto celle, di cui dodici per i frati residenti. La struttura, ricaviamo dai dati riferiti dal Borla, era affiancata ad est alla precedente chiesa della Vergine di Loreto. Il fabbricato era integrato da un’area di rispetto ad orto e prato per un totale di oltre tre giornate e mezza di terreno, il cintato assommava perciò ad oltre 14000 metri quadri.