Premessa

La storia dei Cappuccini a Chivasso tra sei e settecento interessa all’interno dei diversi e vari contributi dedicati al terzo centenario dell’assedio, perchè, al di la della specifica connotazione religiosa, è una vicenda che cestisce e cresce quale parte organica del cammino storico della città.

La comunità civassina dei secoli del barocco (tardo XVI e XVII secolo), immersa nella gestione di un orizzonte politico e amministrativo che si era ristretto,dopo la fine della presenza marchionale aleramica dei Paleologi, nella cinta urbana, nel XV secolo, appariva tutta compresa degli utili commerciali, dell’artigianato, quanto e più di quelli, pur rilevanti, del convenzionale ambito agrario e dell’allevamento, si rimodellò a partire da nuovi traffici e qualche aspirazione di poter contare di più presso la corte sabauda e nelle decisioni prese a Torino.

Sul territorio che oggi definiamo piemontese, i frati cappuccini vi erano già presenti dalla prima metà del secolo XVI, ed erano organizzati in raggruppamenti di luoghi o conventi, denominati “provincie”. Questi costituivano parte della “Provincia genovese”.

Con il 1619, scorporata dalla ormai troppo grande Provincia ligure, nasce quella “Piemontese”, o torinese. Al suo sorgere, questa era costituita da oltre 280 frati riparati in 26 conventi.

Nel particolare, per quanto riguarda la presenza dei frati Cappuccini in Chivasso, occorre rilevare che questa inizia e si radica in una cittadina del primo seicento, che non possiamo non denominare sabauda. Rispetto ad altre famiglie religiose già presenti sul territorio civassino, i frati Cappuccini furono certamente espressione diretta di questa realtà, coinvolti e partecipi quanto mai nelle patrie vicende. In un tempo dove rinnovavano antiche esperienze religiose devozionali, connotazioni del consolidato controriformismo cattolico che aveva avuto il suo grande maestro in San Carlo Borromeo, i frati cappuccini apparivano mentori, della ritrovata e febbrile “pietas” del primo seicento.

La fatica di vivere, anche a Chivasso, che era alimentata da guerre prolungate, sempre meno simili alle scaramucce episodiche di sapore medievale, ma con sconvolgimenti profondi nell’ambiente antropizzato, le devastazioni originate dai grandi spostamenti di truppe, il triste spettacolo dell’incolto, del distrutto, cui facevano seguito la fame, il latrocinio necessitato, mentre le ricorrenti pestilenze decimavano la popolazione. La ricerca dell’autenticità evangelica vissuta da uomini e donne del tempo, come risposta alle difficoltà del presente, e coltivata anche dai Cappuccini, li rendeva segno e riferimento di certezze nel cammino quotidiano per molti.

In questa realtà umana, religiosa e sociale, anche la politica vi aveva la sua parte, in particolare per Chivasso, punto di particolare significato nelle architetture diplomatico-militari di Carlo Emanuele I, teso in quegli anni ad appropriarsi del confine Monferrato. Dentro a questa realtà di complesso, quasi un contenitore, anche i Cappuccini, come gli altri religiosi, risentivano delle sollecitazioni e sperimentavano conseguenze organizzative diverse nella loro vicenda.

Nel quadro delineato, i Cappuccini hanno vissuto solidali con la popolazione, talora fino all’eroismo, sempre con umiltà e semplicità.

Il termine “Convento” si pronuncia in fretta e, spesso si può anche avere la convinzione di conoscere discretamente di cosa si parla, è più impegnativo conoscere la storia di un convento, perchè mentre ogni casa religiosa ha molto in comune con le altre, è indubbiamente ben più vasto l’orizzonte di ciascun insediamento, intessuto com’è negli indispensabili riferimenti locali, sono dati che arricchiscono e ne complicano insieme la conoscenza.

Proprio perchè “frati”, i cappuccini sanno di essere debitori a tutti, oltre al Signore, di un rapporto umano ed evangelico vissuto alla scuola di Cristo, come Francesco d’Assisi, e con questo adempimento cercano di cimentarsi. Per questo, il “frate”, perchè tale, non può che coltivare il “farsi fratello”, e la storia delle relazioni fraterne in Cristo viene ad esserne manifestazione. Dal mutuo relazionarsi della fraternità dei Cappuccini con il cammino e le fatiche degli uomini, realtà non sempre piana, viene a connotarsi una storia fatta di eventi e di conventi.

Nella “geografia” costituita dalle diverse decine di presenze cappuccine della “provincia” piemontese che fuorono tra la seconda metà del XVI secolo e la metà del XIX, distinguiamo quindi conventi “magni” dal fabbricato adeguato a contenere più dozzine di frati e i servizi urili anche alle altri sedi, e conventi “ordinari” o medi, con circa una dozzina di religiosi.

Potevano esistere anche conventi “piccoli”, quelli con soli sei-otto religiosi, purchè praticassero abitualmente l’ospitalità ai sempre numerosi frati di passaggio. Ecco allora una prima definizione di convento: luogo in cui i frati “convengono” per farvi esperienza di Dio in fraternità e preghiera, e poi muoversi incontro ad ogni altro fratello e testimoniargli il Vangelo.

Il convento di Chivasso nasce e rimane, in genere, un convento piccolo, utile ai tanti religiosi in transito da e per Torino nella raggiera del Piemonte nord-orientale. Per quanto riguarda il convento di Chivasso, luogo di “passaggio”, ciò vi appare fin dalla prima documentazione, e ne rimase a lungo la caratteristica, come previsto dalle minuziose disposizioni di quel tempo circa la vita dell’Ordine: sarà poi la presenza dello Studio nel secolo XIX e XX, e quindi del Noviziato (1910-1974) fino alla recente accettazione del servizio parrocchiale (1982), a dare maggiore notorietà a questo piccolo insediamento religioso.