Complesso Antico

Il Convento antico

Premessa

Il convento fondato nel 1643 in quella che oggi è via Mazzè 41, può essere definito come un convento di dimensioni medio piccole, infatti era destinato a poco più di una decina di frati e alcuni forestieri, siano questi laici o sacerdoti. La casa conventuale è stata costruita sulla base dei canoni architettonici cappuccini, quindi con moduli volumetrici precisi, con misure precise e, più in generale, con estrema funzionalità e rigore, che si possono trovare in qualsiasi altro convento dell’ Ordine. In aggiunta a quanto detto è importante precisare un elemento: concettualmente e funzionalmente si possono distinguere la struttura conventuale dalla chiesa, ma da un punto di vista strutturale e statico non è possibile, poiché c’è compenetrazione del convento nella chiesa in quanto struttura. Questo elemento non è da sottovallutare se pensiamo alle precedenti strutture, dove i due edifici, casa comunitaria e chiesa, avevano fondamenta differenti e strutture differenti (si pensi alla primitiva chiesa, edificata su pilastri portanti e romitorio costruito su muri portanti, o all’ ospizio con muri portanti “appoggiato” alla chiesa originaria, ed ancora al primo convento anch’esso addossato alla chiesa). L’edificio si sviluppa su tre livelli: uno interrato adibito a cantinone con “bocche di lupo” visibili nella facciata, per il ricambio di aria, uno a livello del terreno, con un’altezza media di 2,7 metri e uno, che si impostava sul precedente livello, con un’altezza media di 2 metri. Come fatto notare le misure sono contenute, ma con buona stima, le possiamo fissare in 27 metri di larghezza massima e 36 metri di lunghezza massima.

Spazi abitativi principali

Nel convento si possono distinguere due aree:

  • la prima è definita zona filtro, poichè divide lo spazio destinato unicamente ai frati e quello riservato ai forestieri. La zona comprendeva due corridoi che si aprivano a “L” e alcuni ambienti che si aprivano su di essi. Il corridoio frontale corre lungo il lato ovest della chiesa e termina con una porta che, come si è detto divide le due zone. Il corridoio è caratterizzato dalla presenza di quattro archi, sul lato ovest, a sesto ribassato poggianti su pilastri quadrati, che si affacciano sul chiostro. Per dare accesso a quest’ultimo sul lato ovest del corridoio, sotto il primo arco, quello più vicino al portone d’ingresso, si apre un varco nel muretto che corre sotto gli archi. Da segnalare ancora il piccolo armadio a muro contenente i cibo e i vestiti da distribuire ai poveri, ricavato nel muro ovest della chiesa, in corrispondenza all’imboccatura del secondo corridoio. Circa quest’ultimo si segnala la porta, al capo opposto, che divide le due aree, e i quattro archi, il muretto, il varco per il chiostro, sul lato nord del corridoio. Sul lato sud si apre una porta, che dà accesso a quella che può essere definita, a tutti gli effetti, foresteria, e tre finestre che illuminano gli ambienti interni della manica dell’edificio in questione. La foresteria consta di cinque ambienti: un corridoio che mette in comunicazione le altre quattro stanze, una cucina – refettorio, con finestre sul lato est e sud, un ambiente di servizio, con un punto luce sul lato sud, uno “spulciatoio”, con finestra sul corridoi della zona filtro, e una stanza da letto Pianta Complesso Anticocon finestra sul lato sud. Da segnalare, per quanto riguarda la zona filtro, è il chiostro. Spazio quadrangolare, con i lati est e ovest leggermente più lunghi rispetto agli altri due, con piano di calpestio ribassato di tre gradini rispetto i corridoi, con pozzo coperto da tettoia poggiante su quattro pilastrini. Alle due estremità del alto ovest si aprono due porte che danno accesso al convento, e due finestre che danno luce agli ambienti interni, mentre su lato nord si aprono due finestre che immettono luce nelle stanze conventuali, e una porta, in corrispondenza del pozzo. Da notare, infine, la porta, collocata all’estremità nord del lato est, che immette nei locali conventuali.
  • la seconda è definita propriamente convento, poiché è lì che i frati conducevano la loro vita comunitaria. Inizieremo il percorso dopo aver varcato la porta del corridoio frontale della zona filtro. Alla destra si trova un corridoio che conduce al coro. Al fondo del lato sud si apre una porta che immette al coretto sinistro della chiesa, mentre di fronte sale una scala che porta al piano superiore del convento. Tornando la punto di partenza, sulla sinistra, è collocata una porta, precedentemente descritta, che dà sul chiostro, mentre procedendo verso il lato nord del convento, si trovano, sulla destra due stanze, chiamate parlatori, per l’illuminazione si servono di due finestre, una per ogni ambiente, collocate una sul corridoio che conduce al coro, l’altra sul corridoio che corre lungo il alto nord del convento. Il corridoio che si percorrendo finisce con una porta che immette nel cortile. Su questo corridoio si interseca un altro, con orientamento ovest – est, che corre lungo tutto il lato nord. Sul lato nord, cioè sul muro portante, troviamo quattro finestre equidistanti, che portano luce all’ambiente. Al capo est del corridoio scende una scala che porta al cantinone. Percorrendo fino in fondo il corridoio verso ovest, troviamo, sulla destra il corpo di fabbrica adibito a servizi igienici e lavatoio. Lo spazio interno è diviso in cinque locali: un corridoio a “T” che dà accesso agli altri quattro locali, due lavatoi sul lato ovest del corridoio, e due servizi sul lato est. Ognuno dei quatto locali possiede una finestra sul muro esterno. Il corridoio di collegamento termina con una porta che immette sul cortile. Uscendo dai locali igienici, si entra nel corridoio conventuale, con orientamento nord – sud, che si interseca con l’altro, con orientamento ovest – est. Percorsi pochi metri si aprono due porte perfettamente parallele: quella sul lato est conduce a quello, che può essere definito, piccolo refettorio, collegato, da una porta, con una piccola cucina. Il refettorio ha una porta collocata sul lato sud, in perfetta corrispondenza con il pozzo del chiostro. La porta del lato ovest immette nei locali di servizio. Appena entrati si trova, sul lato nord, una scala che scende nel cantinone, poco più avanti si apre un vestibolo illuminato da finestra collocata sul lato ovest. Il vestibolo è collegato con un ambienti più ampio da un’apertura. Questo secondo locale di servizio ha due finestre sul lato ovest e una porta sul lato est che immette sul corridoio conventuale. In faccia a quest’ultima si apre una parta che conduce al chiostro. Usciti dal locale di servizio, si percorre verso sud il corridoio conventuale, precedentemente lasciato per entrare negli ambienti di servizio. Fatto qualche metro si incontra, sul lato ovest, una scala che conduce al piano superiore, mentre in faccia a quest’ultima si apre una finestra che dà sul chiostro. Percorrendo alcuni metri verso sud, si incontra sul lato ovest una porta che immette nella cucina. La cucina ha due finestre e una porta, che conduce al cortile, sul lato ovest, sul lato nord si apre un ambiente destinato a dispensa. Al centro del lato sud è collocato il passavivande. Usciti dalla cucina, continuando verso sud, si individuano due porte quasi parallele: una immette nel refettorio grande (lato ovest), l’altra nel chiostro (lato est). Entrando nel refettorio grande si contano quattro finestre equidistanti sul lato ovest e due sul lato sud. L’ambiente è stato sempre poco utilizzato a causa dell’esiguo numero di frati. Una volta usciti dal refettorio, ci si immette nel corridoio, per incontrare, dopo alcuni metri, una porta (sul lato est) che conduce alla zona filtro. Il corridoio termina con una porta che conduce al cortile.

La Chiesa Antica

Premessa

Il piccolo edificio seicentesco dedicato alla Santa Vergine di Loreto, eretto secondo i canoni architettonici dell’Ordine dei frati cappuccini, non esiste più dal 1897, quando vennero ultimati i lavori di ingrandimento e trasformazione della sua struttura, rendendolo l’attuale chiesa. I lavori di trasformazione dell’antico santuario, realizzati tra il 1896 ed il 1897, furono eseguiti su progetto dell’ingegnere Enrico Mottura di Villafranca. Il vecchio edificio (lungo all’esterno m 15,40 senza il coro, per 16,90 con cappelle e coretti), fu trasformato con l’allungamento dalla parte della navata di oltre metri undici, raggiunge oggi m 26,60. La chiesa antica, dunque, fonda ancora e norma in tutto quella attuale.

La Chiesa del 1643 “alla Valaria”

Il piccolo edificio sacro appariva come una struttura semplice e dimessa, dalle dimensioni molto contenute, come volevano le Costituzioni dell’Ordine “Le chiese nostre siano piccole, e povere, honeste e mondissime, ne vogliamo haverle grandi per potervi predicare, perchè- come diceva il Padre nostro- miglior essempio di dà à predicare nelle chiese altrui, che nelle nostre, massimamente con offendere la santa povertà” . La chiesa conventuale non costituiva infatti una struttura pastorale, quanto esisteva per facilitare una discreta e personale animazione di preghiera e devozione. L’edificio, ad una sola navata, si presentava all’esterno spoglia, a salienti, provvista di un campaniletto a vela a destra, intonacata di bianco, e preceduta da un semplice pronao per riparare i pellegrini. Sopra il pronao, in centro, un occhio quadro per dar luce alla navata, semplici lesene rimarcavano la linea della facciata. L’edificio aveva la zona absidale volta a nord, l’ingresso, quindi, a sud, il lato sinistro volto verso est, il destro invece era, ed è, fiancheggiato dalla struttura conventuale. Si allungava internamente per 14,35 metri, larga Assonometria Complesso Anticometri 9,6 (piedi 41 per 20), la navata s’apriva sui due lati con una cappella a pianta quadrata, con lato di metri 3,35 (piedi 10). Alle due cappelle, chiuse verso la navata da un rastello ligneo, si accedeva passando dai coretti per i frati laici e dai deambulatori, erano infatti aperte sui lati. Mentre le tre cappelle disponevano di volta a crociera, la navata era voltata a botte, e misurava un’altezza massima di metri 9,45 metri (piedi 27), le due cappelle laterali erano alte metri 6,30, quella dell’ altare maggiore, metri 8,40 (piedi 24). La cappella maggiore, parte absidale del presbiterio, denominata Sancta Sanctorum, era a pianta quadrata con lato di metri 5,25 (piedi 15), chiusa tra la balaustra di legno, verso la navata, e la grande macchina lignea d’altare, che la separava, senza muratura, dal retrostante coro dei religiosi. Sui lati, gli accessi, attraverso i coretti, dalla sacrestia o dal convento. La cappella prendeva luce dal finestrone sulla parete laterale est, quelle secondarie da analoghe finestre laterali. Anche all’interno, oltre alle tre ancone lignee degli altari, la chiesa si presentava dunque candida. Di tale sobrietà decorativa resta ancora descrizione nelle note dell’ultimo restauro avuto dall’edificio, nel 1882. Lo sguardo del fedele era come costretto a concentrarsi sul dono essenziale della presenza divina sollecitante la sua adesione personale. Durante i recenti lavori di rifacimento della pavimentazione (1989) è riemersa traccia di quella antica, in quadrelli di cotto, mentre, dalla relazione della Visita apostolica del 1770 è attestata essere stata poi ricoperta “ex bitumine” , dunque, come in molte delle chiese antiche, a causa delle sepolture, si erano manifestati problemi igienici.

Le tre cappelle

La chiesa risultava quindi in linea, quanto a stile, a materiali impiegati ed alle dimensioni con quanto espressamente indicato per le fabbriche dell’Ordine, e suscettibile, eventualmente, d’essere poi ingrandita con l’aggiunta di due altre cappelle laterali. L’interno della chiesa, oltre alla navata, si caratterizza unicamente per le sue tre cappelle lignee. Quella principale, costituente l’altare maggiore, dedicata alla Santa Vergine di Loreto, quella laterale sinistra, “in cornu Epistulae” dedicata a San Giuseppe sposo della Vergine Maria, secondo la Relazione di Visita del 1770, e quella laterale destra, “in cornu Evangelii” , dedicata a Sant’Antonio di Padova, ma che secondo Giuseppe Borla era anche dedicata a San Felice da Cantalice. La cappella maggiore s’imponeva per la cospicua macchina d’altare in noce, eseguita al tornio ed arricchita da pregiate opere d’intaglio. Ne rimane la sola parte centrale, costituente oggi l’ancona dell’ altare dedicato a San Francesco d’Assisi dal 1899. Ad attestare questo suo passato è l’elevato spessore dell’ ancona, che testimonia la presenza di una nicchia centrale che conteneva il simulacro mariano, e l’esistenza dello spazio per il dipinto seicentesco dedicato alla Vergine lauretana, ritrovato nel 2005. Questo telero dipinto, o portella, nascondeva ordinariamente alla vista la preziosa statua lignea processionale (tiglio), raffigurante la stessa immagine della Vergine, buona opera d’intaglio del 1565. Chiudeva l’area del presbiterio o cappella maggiore una balaustra lignea dismessa fin dal 1897, con il rifacimento della chiesa. Seconda cappella, di cui non rimane più nulla, era quella dedicata ai Santi Patroni Giuseppe ed Anna. Sappiamo, da fonti storiche della città, che consisteva in una grande ancona lignea con lavori d’intaglio, opera pagata nel 1632 bene “settecento lire”, realizzazione di certa importanza, si trattava però della chiesa vecchia “alle Fontane” , poi abbandonata. L’ ancona, fu quindi trasportata nella chiesa nuova, ebbe una ultimazione e un adattamento eseguiti dallo sculture Giovanni Stefano Cossano, di Settimo Rottaro, verso l’anno 1675. Nella Relazione di Visita del 1770, si legge che “l’icona del Santo sovrasta la Mensa”, è questa, nel contempo, l’ultima attestazione di presenza dell’ancona nell’antica cappella. La terza cappella, era quella costituente l’altare di Sant’Antonio di Padova. Nella relazione del 1770 si parla dell’ ancona di Sant’Antonio posta sopra la mensa, di cui non abbiamo più notizie dalla Soppressione Napoleonica, la cappella era sotto il patronato del conte Trabucco di Castagneto, di cui, sul timpano, era riportato lo stemma. La macchina lignea d’altare (noce nostrana), è ancora al suo posto, e costituisce dal 1899 la cappella di Sant’Antonio abate, con un dipinto di F. De Biase. Nonostante le ripetute manomissioni, l’ancona lignea è riconoscibile come opera del secolo XVII. Due colonne composite, scanalate, reggono una trabeazione a linee spezzate, con frontone o timpano triangolare (altezza m 6, larghezza m 2,77). Antica la decorazione consistente nel fregio superiore, rami serpeggianti, e le ripetute palmette incrociate nelle due basi reggenti le alte colonne, richiamano alla testimonianza celebrata dei santi. Queste cappelle, come quella affacciata, di San Giuseppe, erano chiuse verso la navata da un alto rastello ligneo, tipico delle chiese cappuccine. Quanto all’arredo della chiesa, consisteva in pochi banchi d’albera e due confessionali lignei fatti realizzare a spese del comune nel 1737. Due locali in muratura per ascoltare le confessioni degli uomini erano invece ricavati nell’ambulacro affiancato al coretto ” in cornu Epistolae” , era il locale sovrastante il primitivo seplcreto dei religiosi.

I sepolcreti

Circa le vicissitudini della sepoltura dei frati, s’è accennato in precedenza. Traslocata a centro chiesa attorno alla metà del settecento, successivamente all’epoca napoleonica non più utilizzata, oggi è semplice ossario, non vi è altro da ricordare. Piuttosto riamane da puntualizzare di altri sepolcreti in chiesa, e di una sepoltura particolare. Primo sepolcreto è quello rimasto, non rimosso, sotto la cappella già di Sant’Antonio di Padova e Felice da Cantalice, “in cornu Evangelii” . Di questo sepolcro accennano tutte le fonti documentarie, per un certo tempo i frati in difficoltà con la loro sepoltura (secolo XVIII) lo dovettero utilizzare per se, provocando le proteste del proprietario, il conte Trabucco di Castagneto. Altro sepolcreto, di cui non ne risulta però l’utilizzo, è quello ricavato sotto il coretto dei frati laici “in cornu Evangelii” . I baroni Bianco, nel secolo XIX ne vantavano titolo, pretendendo anche la proprietà dello stesso coretto, che arredarono, e che stava, come detto sopra il sepolcreto. Nella chiesa esiste anche una sepoltura particolare, segnalata da lapide a fondo navata e riconoscibile “in situ” per una apposita croce incisa sul pavimento in pietra di Barge. Si tratta della sepoltura del marchese Casimiro San Martino di San Germano (morto nel 1808). Il sepolcro, attestato in precedenza presso la cappella sei Santi Giuseppe e Anna, oggi di San Francesco d’Assisi, dovette essere spostato a metà del secolo XIX, per lavori, dove insiste tuttora, lungo la muraglia di controfacciata della chiesa antica, lato verso il chiostro.