Il saluto del Papa

Un ringraziamento per «il grande aiuto», un appello a essere come «un’orchestra» dove le voci possono essere diverse ma poi in «concorde armonia» e l’omaggio al suo successore a cui promette «incondizionata riverenza e obbedienza». 

Benedetto XVI saluta i cardinali per l’ultima volta. Un discorso preparato proprio «nell’imminenza dell’incontro», spiega padre Lombardi, breve ma che mira dritto al cuore dei cardinali, 144 i presenti in sala Clementina, molti dei quali visibilmente commossi. Lui, il Papa, invece resta per tutto l’incontro sereno e sorridente. Con un atto inatteso anticipa quello che i porporati faranno nella Cappella Sistina e rende omaggio al futuro Pontefice. Saluta uno ad uno tutti i cardinali. Il decano Sodano aveva loro chiesto, prima che arrivasse il Pontefice, di essere brevi. Ma la processione è senza fretta. Lunga la stretta di mano con l’arcivescovo di Milano Scola. Il più giovane, il filippino Tagle si avvicina, gli sussurra qualcosa nell’orecchio e gli strappa una lieve risata. Chi si toglie lo zucchetto, chi si inginocchia, chi bacia l’anello del pescatore. Benedetto XVI sorride con serenità. Un commiato durato oltre un’ora. Qualche porporato gli lascia un proprio ricordo: una lettera, un libro. Tutti ricevono una scatolina rossa con un rosario. Una stretta di mano anche con il discusso Mahony. «Gli ho chiesto di pregare per la gente di Los Angeles», twitterà poco dopo.  

Da oggi il silenzio di Ratzinger sarà colmato dai conciliaboli delle eminenze che cercano il suo successore. Stamattina i cardinali presenti a Roma si incontreranno in modo informale. Non sono ancora partite, infatti, le lettere di convocazione di Sodano per la prima Congregazione Generale prevista nell’Aula del Sinodo lunedì alle 9,30. Sono 115 gli elettori. Negli incontri segreti già in corso prende quota la candidatura di Odilo Pedro Scherer, brasiliano di origini tedesche (gradito a Bertone) arcivescovo di San Paolo, un’esperienza nella Curia romana alla congregazione dei vescovi. Solido di dottrina, ha anche dimistichezza con le questioni finanziarie, essendo uno dei cinque porporati che sorveglia sulle attività dello Ior. Il nuovo Papa, però, potrebbe venire dall’Europa. Sono ben 60 i conclavisti del Vecchio continente, e non mancano personalità di spicco come l’arcivescovo di Budapest Peter Erdo, presidente degli episcopati europei o l’arcivescovo di Vienna, Schoenborn, «ratzingeriano», conservatore ma con grande capacità di dialogo con i settori più ribelli della sua Chiesa, «padrino» di YouCat, un catechismo per giovani molto apprezzato in tutto il mondo. Un candidato in grado di rappresentare Stati Uniti, Sud America e Europa è Sean O’Malley, cappuccino già missionario sull’Isola di Pasqua, cappellano per i «latinos» a Washington (mentre insegnava letteratura ispanica e portoghese all’Università Cattolica). Come arcivescovo di Boston ha ridato credibilità a una chiesa distrutta dallo scandalo pedofilia. Se eletto potrebbe chiamarsi Francesco I. 

Decisivo sarà il fattore-pedofilia in Conclave. A vario titolo una decina di conclavisti sono messi fuori gioco o azzoppati dalla bufera-abusi. Sia perché siano accusati di aver insabbiato casi accaduti nella loro diocesi (Brady, Danneels, Mahony), sia perché con responsabilità minori abbiano ricevuto critiche per come hanno gestito l’emergenza degli scandali provocati dai preti pedofili e ne abbiano dovuto rendere conto anche in tribunale o all’opinione pubblica (Dolan, Pell), sia perché abbiano difeso negli anni passati il potente fondatore dell’ordine dei Legionari di Cristo, il pedofilo messicano padre Maciel (Sandri che fu nunzio in Messico, Re, Dziwisz, Rodè). Perciò, dopo il pontificato della «purificazione» di Ratzinger e il ciclone Vatileaks, adesso la vera contrapposizione non sarà quella solita tra innovatori e conservatori, ma tra coloro che vogliono proseguire sulla linea ratzingeriana di tolleranza zero (come Schoenborn e O’Malley) e chi (come Levada) ritiene che si sia fatto già abbastanza contro gli abusi del clero e che per il buon nome della Chiesa non vada esasperato il giustizialismo. Il futuro è ora.

[Giacomo Galeazzi, da La Stampa dell’ 1/3/2013]